martedì 30 aprile 2013

I rotoli di Qumrat

Il titolo del post indica un'ipotetica storia con protagonisti i maggiori personaggi del pantheon di "Topolino"...sono certo che la Redazione del mitico fumetto smania già per averla...
Ecco alcuni protagonisti


lunedì 29 aprile 2013

Schizzi a ca**o

In questi disegnini ho cercato (molto umilmente) di riprodurre la vitalità dei personaggi del Grande Maestro Cavazzano...insomma, ho cercato di imitare l'inimitabile...spero solo di non averlo scimmiottato miseramente!











venerdì 26 aprile 2013

I Papereroi (3)

Ho visto una storia trashissima con il Punitore ospite della collana di Quasar...






Noterete un errore grossolano, ma è la forza dell'abitudine...

giovedì 25 aprile 2013

I Pippereroi (sottomarca dei Papereroi)

Per questo 25 aprile che passa un po' in sordina, un pensiero di Brecht:

Beato il Paese che non ha bisogno di eroi

Goofalco
Attenzione a come interpretate questa frase...la nostra storia è piena di gente che si è proposta come eroe, ed ecco i risultati...dunque concordo.
Ma per quanto riguarda i Papereroi e i Pippereroi è tutta un'altra cosa...



lunedì 22 aprile 2013

I Papereroi (2)

Introducing....

PapeRhino

L'OsservaTopo

L'oCosa (o La Cicciosa)


sabato 20 aprile 2013

Nostalgia delle musicassette? Leggete qua e cambierete idea..


I nastri di Dio

Il vecchio prete non credeva più in nulla. Passava le giornate a cercare vecchie musicassette su cui aveva inciso voci dall’oltretomba, registrato sedute spiritiche, immortalato riti di esorcismo. Era un modo per ritrovare la fede, in qualche modo. Aveva riasfaltato alcune di quelle vecchie strade magnetiche: prese una delle cassette tra le mani e la osservò. C’era scritto Eye in the sky, dei The Alan Parsons Project. E invece si trattava dell’esorcismo di una ragazza americana, una certa Emily Rose. La buttò sulla superficie polverosa del pavimento e ne agguantò un’altra: 1+9+8+2=XX degli Status Quo. Robe mai sentite. Ascoltandola si era reso conto che era una seduta spiritica per evocare il fantasma di un politico italiano morto prima di quell’anno. La lanciò e ne prese un’ultima. Do re mi…five Cantiamo con Five. Interpreti: Cristina d’Avena e altri, tra cui Marco Columbro. Su quella cassetta, a quanto ricordava, era registrata la Voce. La Sua.

Padre Shimeon era nato da una famiglia di ebrei atei e da ragazzo si era convertito al cattolicesimo, perché aveva deciso di diventare un prete esorcista. I primi anni della sua attività lo avevano consacrato come uno dei nemici più indefessi del Maligno, tanto da avviare una vera e propria attività in Italia, terra di santi subito e san…guisuga, come diceva un bizzarro cantante. Pareva che in quel Bel Paese gli agenti del Dimonio fossero particolarmente attivi. La vita di Padre Shimeon divenne più effervescente delle acque dei Campi Flegrei e più avventurosa di quella di Padre Amorth. Ma Shimeon era uomo dalle passioni travolgenti e turbolente come un violento acquazzone estivo. Finito lo sfogo, aveva bisogno di passare ad altro. Così si appassionò alla scienza, rielaborando tutte le passate vicende con demoni e affini alla luce delle nuove conoscenze. Inoltre, la situazione (inter)nazionale a l’avanzare dell’età lo resero sempre più scettico. Tuttavia non poteva rinnegare quello che aveva fatto per anni, anche perché l’aveva reso ricco e continuava a portargli abbondanti introiti. Soldi che usava per la beneficenza, certo, ma anche per finanziare i suoi studi: si era appassionato di astronomia, xenobiologia e astrofisica, e contava di intercettare nuove forme di vita nello spazio. Inconsciamente, pensava che l’incontro con alieni avrebbe potuto dargli qualche certezza in più riguardo la sua fede, che andava vacillando. Aveva preso alla lettera l’affermazione sulla morte di Dio, e sperava così di rintracciarne il cadavere. Aveva molti soldi, e un sacco di tempo da dedicare all’impresa.

Col passare degli anni, anche questa passione era andata scemando. Alla fine Padre Shimeon era diventato un appassionato di fantasy e videogiochi, che considerava una forma di contatto con il divino. Creare mondi, guidare eserciti contro i nemici del Bene, incontrare divinità pseudo-pagane…ovviamente, tutto ciò avveniva nel segreto del suo Confessionale, come chiamava la sala giochi che aveva allestito in casa. Inoltre, si era riciclato come opinionista nelle trasmissioni del palinsesto pomeridiano della tivù pubblica italiana. Lui e Amorth costituivano un duetto d’eccezione. Ma dentro si sentiva morire. La vita vera del passato, più che un ricordo sbiadito come un vecchio cartellone pubblicitario, era una scritta cancellata dalla sabbia. E per rivivere quei momenti aveva bisogno di una traccia da seguire. Così si era dato alla ricerca e all’ascolto di tutti quei vecchi mastri magnetici. Le sue preferite erano le musicassette, così piccole, poteva stringerle tra le mani come le statuette di santi e contenevano un cuore, il segreto kokoro che si sarebbe svelato solo per lui. Erano meglio degli ovetti Kinder. Rovistando tra le polverose audiocassette, si era ricordato di un antico progetto, lasciato a sé dopo che il suo interesse era andato scemando. Aveva cercato il corpo, il cadavere di Dio per anni, poi aveva capito che esso non poteva essere fatto della comune materia. Forse era materia oscura? No, dio non poteva essere “oscuro”. Bastava leggere la Bibbia per capire dove cercarLo: in principio era il Verbo, e il verbo era presso di Lui. Inoltre, il primo atto creativo di Dio fu l’esplosione della luce, un rombo come di un miliardo di tuoni, che la scienza aveva chiamato Big Bang. Degli scienziati ne avevano registrato la radiazione elettromagnetica residua, che permeava il Creato. Insomma, avevano congelato la Voce di Dio. Shimeon capì che Esso poteva esistere solo come suono-luce primordiale che permeava l’universo tutto, così aveva chiesto ai suoi scienziati di codificare quella voce, affinché la Prima Parola potesse essere pronunciata di nuovo nel mondo e non prima di esso. Non c’erano dubbi, per Shimeon: se il nome di Dio è segreto, ciò è dovuto al fatto che non può essere invocato se non al momento della sua stessa nascita (e della nascita dell’universo). Perciò la Prima Parola è il nome stesso del Dio. Risentirla in questo mondo, cos’avrebbe mai provocato? Negli anni però il progetto era stato abbandonato, e solo qualche mese prima gli era arrivato il frutto di ricerche costosissime. Una vecchia musicassetta di Cristina D’Avena su cui era registrato il Verbo.

Il vecchio esorcista si aspettava di vedere finalmente confermata l’esistenza di Dio, oppure che il mondo sarebbe finito e ricominciato nell’istante in cui avesse schiacciato play sul vecchio stereo. Pigiò e dalla cassetta uscirono le note di Bambino Pinocchio. Quelle canzoncine per bambini, un po’ ingenue e dallo stile musicale sorpassato, che prestavano il fianco a parodie sconce di ogni genere, per lui non significavano niente. Era già vecchio quando quei cartoni furono trasmessi la prima volta, e le loro sigle poteva forse averle sentite di sfuggita. Decise di ascoltare tutto il lato A, e anche il B, sempre se fosse riuscito a sopportare quelle melensaggini. Era ormai arrivato con gran fatica alla quarta canzone del lato B, Ghimbirighimbi ovvero La Canzone dei Puffi, quando sentì una voce dietro di lui
«Ahhh, che nostalgia!». Era suo nipote, il figlio della sorella minore. Doveva essere alle elementari, all’epoca della canzone. Ora era diventato sacerdote anche lui, come lo zio, per questo si trovava lì. Era una sorta di erede, per Shimeon.
«Zio, sai che questa canzone è valsa il primo Disco d’Oro di Cristina d’Avena? All’epoca aveva solo diciassette anni! Io ero un bambino, ma devo am-mettere che mi ero infatuato di quella ragazzina…», e sospirò.
«Ma pensa», fece Padre Shimeon.
«Ah, quei cartoni erano tutta un’altra cosa, mica come quelli di adesso…».
«Eh, già…».
Il nipote sembrava estasiato da quella canzone, tanto che a un certo punto si girò per nascondere le lacrime.
“Assurdo! Non l’ho mai visto così commosso nemmeno davanti alle Scritture”, pensava lo zio, “eppure era un ragazzino tanto devoto…”
Ripresosi, il ragazzo (o meglio l’uomo), si girò imbarazzato. Non aveva il coraggio di chiedere a Padre Shimeon di riavvolgere il nastro per ascoltarla di nuovo. Ora si era passati a Ma che Five. In effetti quello stile evocava qualcosa, dietro quell’apparenza spensierata. Ma per Shimeon non si trattava di nostalgia. Non pura nostalgia, comunque: ciò che prevaleva nelle emozioni contrastanti era l’angoscia. Quella nostalgia era per il nipote l’espressione di un unicum irripetibile, la cassetta rendeva vicino qualcosa di irrecuperabilmente lontano. Ciò invece bastava a provocare nel vecchio esorcista un’angoscia terrorizzante.
Il nipote pigiò il tasto rewind.

Fu allora che il tuono primordiale illuminò il Creato con un grosso, cosmico Bang!

In quell’istante eterno Padre Shimeon tirò un sospiro di sollievo.

venerdì 19 aprile 2013

I Papereroi


Dite che la Disney-Marvel mi querela?
D'altronde, l'idea l'ho avuta io...ancora prima che si fondessero le due case (giuro, ero al liceo...dieci anni fa)

giovedì 18 aprile 2013

Leggete questo!!


Ren Höek consiglia caldamente questi contenuti!

Questo racconto è stato pubblicato, senza compenso, anzi mi sono dovuto pure comprare il libro che lo conteneva. Però mi hanno fatto lo sconto! Li ho proprio fregati...


L’immondo dopo la fine del mondo

Il sole era un mostruoso tuorlo d’uovo che si tuffava dietro la linea dell’orizzonte, inondando di rosso le montagne d’immondizia.
Alla fine quelle stronzate sulla gigante rossa si erano verificate.
Anche quelle sulla fine del mondo.
Il sole si era trasformato in un immenso globo arancione scuro, ma non a causa del consumo completo di idrogeno nel suo nucleo: il sole era stato deliberatamente trasformato da una forza cosmica, la stessa che aveva scatenato l’Apocalisse.
Certo, anch’io avevo pensato, all’inizio, che si trattasse di Dio, e che Gesù fosse tornato.
Ovviamente, pensai anche al Quinto Sole dei Maya.
Tutte cazzate.
A scatenare la fine del mondo era stato il custode degli Inferi: Diavolo, Satana, Lucifero, Plutone, Hella, Ade, Henma…chiamatelo come volete. Potete anche identificarlo con la Morte, se vi pare. Ad ogni modo potremmo dire che fu il Grande Nemico dell’uomo e di Dio (qualunque cosa siano Dio e il suo Nemico, se entità cosmiche o archetipi, forme simboliche di un fenomeno inconoscibile) a provocare la fine del mondo.
L’aveva fatto per un sacchetto dell’umido.

Nessuno si era dato più la pena di contare i giorni, dopo l’Armageddon, quindi non saprei darvi delle coordinate temporali. Non aspettatevi un diario di quei giorni.
Anche perché era sempre giorno.
Appena la gigante rossa tramontava, sorgeva una stella blu, e il mondo diventava più freddo del cuore di Satana. Ammesso che ne avesse uno. Il Diavolo (chiamiamolo così, per comodità) aveva cambiato le regole, le leggi della fisica (ammesso che avessero mai avuto una reale validità eterna e universale) non erano più le stesse. L’intero universo non era più lo stesso.
Quel “giorno” era stato caldissimo come al solito, cinquanta gradi e più, e, vedendo calare la stella rossa, mi aspettavo come sempre un repentino abbassamento della temperatura, un’escursione termica di cento gradi.
Uno scintillio metallico mi punse la vista, dalla sommità di una collinetta di sacchi neri dell’indifferenziata. Si trattava di un telescorpio, uno dei demoni patchwork creati con i rifiuti. Il corpo era formato da pentole e padelle di acciaio inox 18 10, le chele con cesoie da giardino, la coda con un frammento di treppiede snodabile per fotocamere. Sulla cima della coda era innestato un telescopio che ruotava in ogni direzione, quasi istericamente, come mosso da venti contrastanti.
Se il telescorpio mi avesse visto, avrebbe sicuramente avvertito lui.
Hellequin.
Sarebbe arrivato a uccidermi.

La prima volta che ero morto, ero stato accolto da un altro demone patchwork.
Aveva un corpo di donna formoso, morbido ma sodo ed elastico, lucido, come un’eroina dei manga. Sul collo era innestato, cucito con fili elettrici, il capo di un bue dagli occhi acquosi e beoti, con due corna innaturalmente lunghe che si curvavano per poi salire verticalmente ad altezze vertiginose.
Era il Mignottauro, il giudice delle anime dei defunti.  “Anime” per così dire, dato che dopo la fine del mondo, nessuno di noi era diventato un ectoplasma. In effetti, c’era stata la “resurrezione della carne”. Ma come ho detto le regole erano cambiate, quindi inutile fare queste distinzioni.
Il mostro attorcigliò la coda, un cavo con presa della corrente a due punte, formando tre cerchi, che indicavano la zona in cui sarei stato teleportato all’istante. Proprio come nell’Inferno di Dante, solo che qui eravamo ancora sulla Terra, a quanto mi risultasse, e questa Terra era piena di spazzatura.
La spazzatura che avevamo prodotto noi in tutti quegli anni.

I Paesi più sviluppati avevano prodotto più rifiuti di quanti riuscissero a smaltire.
Li inviarono nei Paesi del Terzo Mondo, pagando i criminali locali perché inzeppassero di mondezza le loro terre ancora fertili. A un tratto, però, i governi di questi Paesi non furono più tanto contenti. Oltre a ciò, c’era il problema di dove seppellire i morti, perché la cremazione era ancora ripugnante per molti, e inoltre troppo costosa. Come risposta alle lamentele dei governi, il Paesi sviluppati continuarono a scaricare scorie di ogni genere e pericolosità, insieme ai cadaveri degli immigrati che erano espatriati dai loro Paesi per cercare fortuna in quelli più ricchi.
“Restituiamo i defunti alla loro terra”, affermavano i portavoce dei governi.
Si scatenò una guerra mondiale, poi un consesso di scienziati con i Q.I. più elevati partorì un’idea geniale: scaricare tutti i rifiuti non riciclabili della Terra nel sole.
Uno degli scienziati, però, ancora più intelligente degli altri, pensò che non fosse una buona idea, che una perturbazione nella composizione chimica del sole avrebbe potuto generare tempeste solari o che, ancora peggio, una variazione di massa avrebbe potuto farlo trasformare in una gigante rossa e in una super o ipernova.
“Al centro della nostra galassia, affermò lo scienziato in una conferenza in mondovisione, esiste un buco nero massiccio. Lanciamo lì dentro tutto quello che è di troppo sul nostro pianeta. Niente ritorna indietro da un buco nero!”
Furono stanziati miliardi di finanziamenti che ridussero alla povertà miliardi di persone, soprattutto per capire dove cavolo fosse questo “centro della galassia”. Alla fine la spedizione, denominata Caronte (nomen omen!) raggiunse l’obiettivo con una flotta di duecento navi stellari stipate di rifiuti di ogni genere, dai preservativi usati alle scorie nucleari, e di carcasse umane e animali. I rifiuti dell’umanità furono proiettati di là dall’orizzonte degli eventi e furono risucchiati da quel gorgo nero, come uno sciacquone cosmico.
Non sapevamo di aver buttato la nostra spazzatura all’Inferno.

Vidi il telescorpio puntare la sua lente minacciosa verso me e, nonostante il caldo, sentii un brivido lungo la schiena. Qualche minuto dopo tutto il corpo soffriva il freddo: era sorto il sole blu. Cominciai a correre forsennatamente, per evitare di essere inquadrato nuovamente dal demone e per scaldarmi. Fatica sprecata. Il telescorpio era come una videocamera senziente. E fare jogging a cinquanta gradi sottozero per scaldarsi era come appiccare un incendio al polo usando un fiammifero e delle foglie secche.
Avevo seminato il telescorpio, ma ormai ero fottuto.
Rannicchiata tra vecchi materassi Eminflex consunti notai una figura. Una kugutsu! Poteva essermi utile in quella fredda “notte”.
Dovete sapere che la kugutsu è una donna marionetta, una bambola di piacere. Quando mi vide, disse “Ciao, sono Olympia, chiedimi qualsiasi cosa”, con voce calda e suadente.
Non me lo feci ripetere due volte. Formulai la mia richiesta, e già sentivo un languore nella zona pubica.
“Posizione numero 35”, cominciò a dire la kugutsu, “posizione del cucchiaio”,continuò mentre io mi toglievo i pochi stracci che indossavo, “la posizione del cucchiaio è una tipica posizione da dietro….”
E continuò con la spiegazione. Nient’altro. Non si era nemmeno spogliata. Provai e riprovai in vari modi ad attivarla, ma non c’era nulla da fare. Era una puttana che non sapeva mettere in pratica tutte le posizioni che conosceva!
Poi capii. Era una “dannata”, e quello era il suo contrappasso.
Più avanti vidi un uomo macilento, che indossava solo una salopette consumata, con in testa una sorta di maschera del gas con una piccola proboscide. Sembrava la testa di una mosca. Aspirava l’aria attorno a sé, e non era in grado di parlare. Sul retro della salopette c’era scritto “ Servizio Aspirafoglie”. Un altro dannato, con la sua punizione: non c’era vegetazione, nell’immondo dopo la fine del mondo.
Ed ecco il mio contrappasso.
Hellequin era arrivato.

Era un immondo, dicevo, un mondo di rifiuti.
Dopo che avevamo insozzato l’Inferno, il Diavolo apparve su tutte le televisioni mondiali, minacciando una ritorsione se avessero buttato nel buco nero un solo altro sacchetto dell’umido.
Tutti pensarono a uno scherzo, al più alla mossa estrema di un ecoterrorista islamico, e il gruppo di scienziati più intelligenti dimostrò che il Diavolo non esiste.
Il capo della spedizione “Caronte” si sentì sfidato, e tornò apposta nei pressi del gorgo cosmico per gettarvi un unico sacchetto pieno di rifiuti organici.
All’istante, tutto l’universo fu inghiottito da quel gorgo e ci ritrovammo in questo nuovo mondo.

Hellequin era il demone patchwork che mi perseguitava da non so più quanti soli rossi e blu. Aveva una maschera da beccamorto nera, appuntita e dietro le fessure rotonde si scorgevano occhi glauchi. In testa portava un cappello da Arlecchino che si curvava a formare due corna, anch’esse aguzze. Indossava un vestito fatto di brandelli di sacchi viola, neri e dell’umido, stracci unti di grasso, bandiere, panni sporchi, il tutto cucito con spaghi, fili del telefono, cavi. Le braccia erano infilate fino al gomito in bottiglie di plastica, le gambe indossavano fustini del detersivo per stivali. Piedi e mani, carbonizzati, erano scoperti, al posto delle unghie avevano cocci aguzzi di bottiglia.
Sapevo che, come sempre, mi avrebbe torturato fino alla morte con tutte quelle sue parti taglienti e acuminate. Poi sarei rinato, e il Mignottauro mi avrebbe mandato da qualche altra parte dell’immondo.

Mi sbagliavo.
Hellequin mi aveva torturato e ucciso 311.040.000.000.000 volte.
Stavolta, invece, mi aveva fatto a pezzi e ricucito a suo piacimento. Non si può dire che fossi amorfo, ma nemmeno che fossi bello: avevo la testa sul culo, dico solo questo.
Avrebbe fatto questo gioco per altre 311.040.000.000.000 volte.
Poi avrebbe cambiato le regole di nuovo.
E così via.
Per l’eternità.

mercoledì 17 aprile 2013

Fiaba bizzarra


Il disegno non c'entra una mazza



Ho ideato questo racconto per il concorso Subway del 2012 ma non se lo sono cacato...

Eppure, bisogna dargli il merito dell'originalità...


“Piece”

Un verme metallico scava nella nebbia.
Il treno arranca lungo i binari arrugginiti, sembra una gigantesca e vecchia bestia di lamiera che compie gli ultimi metri prima di morire. Come una balena che si arena sulla spiaggia una volta ferita a morte, il convoglio ferroviario attracca al binario con una lentezza esasperante, resa intollerabile dall’incessante cigolio dei freni. Finalmente, l’agonia cessa, e con uno sfrigolio, simile a quello di una padella rovente buttata in acqua, le porte vengono sbloccate. Con espressioni del volto impassibili che in realtà celano un’eterna ma sotterranea irritazione, i pendolari scendono precipitosamente dal convoglio, come tanti topolini rigurgitati dal serpente di metallo.
Il signor K. aspetta il deflusso della folla dallo scompartimento, per poi precipitarsi fuori con la sua borsa in pelle nera, il suo cappello e il suo impermeabile beige, le sue scarpe di pelle marroni e il suo completo grigio. Dal cappello del signor K. spuntano dei ciuffi di capelli ai lati, se togliesse il suo copricapo il signor K. rivelerebbe una liscia e scintillante chierica. Il signor K. pensa che ora entrerà in un altro verme metallico, ma stavolta sottoterra, e trova la sua similitudine molto buffa. Immagina la metropolitana come un lombrico che scava sotto la città ingurgitando terra per poi espellerla dal retro. Il signor K. immagina cosa succederebbe ai passeggeri se accadesse qualcosa del genere. Dovrebbero mantenersi forte agli appositi appigli per non essere scaraventati fuori dal culo del verme. Il signor K. pensa di avere una fervida immaginazione.
Il signor K. pensa di essere impazzito.
Per una frazione di secondo la metropolitana gli è apparsa come un gigantesco lombrico, con tanto di anelli accatastati in fila. In alcuni punti della catena, due anelli adiacenti si discostano aprendo un varco da cui sbucano delle ombre. Sì, ombre è il termine che gli viene in mente per descriverle, perché sono completamente nere e apparentemente prive di spessore dato che la luce su di esse si riflette in maniera omogenea, senza sfumature. Le ombre indossano maschere, tutte diverse. Fuoriescono dal verme metallico con un movimento fluido, lento, come uno sciroppo denso che scivola dal barattolo, come zucchero caramellato. Le maschere sono l’unico elemento a dare un’impressione di profondità a queste figure.
La visione svanisce di colpo, e il signor K. rimane intontito. Sale appena in tempo, prima che le porte si richiudano, trascinato dal pigiare dei pendolari. Il vagone è affollatissimo, ma il signor K. adocchia un posto libero in fondo. Quando lo raggiunge, capisce il perché di tanta fortuna. Di fianco a quel posto ce n’è un altro occupato da una donna, una zingara, chiamiamola così, che dondola un passeggino.
Nel passeggino c’è un minuscolo bambino addormentato, e la mamma mormora una nenia lamentosa, di tanto in tanto captando uno sguardo per farsi dare qualche moneta.
Il signor K. si trova in imbarazzo, perché la prima volta che ha dovuto prendere la metro ha fatto l’elemosina a un signore zoppo, e questi gli ha chiesto altri soldi. Il signor K. ha scosso la testa per dire No, non ne ho altri, e il mendicante è rimasto in piedi davanti a lui, guardandolo con aria supplichevole e chiedendo altra moneta. Il signor K. si è sentito irritato da questa richiesta, e anche dispiaciuto di non potergliene dare altri, e poi di nuovo irritato. Da allora sulla metro non ha fatto l’elemosina più a nessuno, perché sulla metro è difficile cercare di evitare un mendicante se ti chiede insistentemente altri soldi.
All’aperto è più facile aggirarli.
Adesso, il signor K. esita a sedersi di fianco alla zingara, ma ormai è fatta.
Spera di non intercettare il suo sguardo, invano. La donna lo sta fissando.
Il signor K. farfuglia qualcosa che nella sua testa suona come Mi scusi, posso sedermi, ma che dalla sua bocca esce come un rantolo soffocato. La donna lo fissa senza chiedergli nulla, per un attimo ha smesso di dondolare il passeggino, poi riprende.
Il signor K. guarda fisso davanti a sé.
Si gira verso la zingara, che gli sorride tristemente.
Il signor K. ricambia imbarazzato il sorriso, abbassando lo sguardo per un attimo.
Quando lo rialza, la zingara non ha più la faccia.
Per poco il signor K. non vola direttamente sulla sbarra sopra di lui, “l’apposito sostegno” dei passeggeri.

La zingara non è più una zingara ma un’ombra. Quelle che ha intravisto salendo sono ombre nude, questa indossa una cappa nera, un mantello che le copre il corpo rendendolo una macchia informe. Incastonata nel cappuccio, una maschera priva di faccia. Ricorda lo spirito che nel “folklore” giapponese viene chiamato noppera-bo. La maschera riflette la luce mostrando le proprie forme, rientranze e avvallamenti che consentono di percepire la presenza di un viso. Ma da questo viso sono assenti occhi, bocca e narici. L’ombra, come la zingara, sta dondolando una carrozzina, non il più moderno, benché consunto, passeggino che aveva prima. Si tratta di una struttura dal telaio sottile e leggero, di metallo, rivestito di un tessuto inconsistente, di colore giallino sbiadito dal sole. Un giallo pergamena. Ci sono anche quattro ruote, grosse quanto quelle di una bicicletta, cinte da un piccolo strato di gomma. In alto c’è un parasole, anche quello incartapecorito.
La carrozzina contiene un involto repellente. Dalle fasce un tempo candide, ora sozze di muco verdastro-giallognolo, proviene un rantolo somigliante al respiro di un bambino. Ma il bambino è un bozzolo, una larva bitorzoluta di colore verde marcio con venature ocra, che pulsa con lentezza. L’ombra solleva l’involto lercio scoprendo la larva e rivelandone un altro dettaglio repellente: nel pulsare, una luce rossa si gonfia nel mezzo, ipnoticamente. Dal bozzolo partono minuscoli tentacoli, verdi filamenti che si diramano andando a raggiungere diverse parti del telaio, fondendosi col metallo.
Il volto senza faccia si volta verso il signor K. e, inspiegabilmente, il signor K. sente rivolgersi un sorriso grottesco, che gli fa accapponare la pelle, tanto da scuoterlo da capo a pie’. Tanto è forte il brivido, da fargli sentire un formicolio persistente alla nuca. Come quando ci si sdraia appoggiando il collo e schiacciandolo tanto da farlo “addormentare”, e si ha l’impressione di non riuscire più a muoverlo.
Il signor K. si volta con un movimento al ralenti a scrutare i volti impassibili, o stanchi, o depressi o concentrati nella lettura o (addirittura) sorridenti dei passeggeri nella metro. Se qualcuno ha anche solo intravisto la stessa immagine, ora sta sicuramente facendo finta di non averne nemmeno captata l’esistenza. E poi, le zingare, chi le guarda.
Il signor K. però, sta esagerando. Vuole addirittura ignorare ciò che sta percependo con la coda dell’occhio, cioè che il tizio con la cappa nera ha prelevato l’orrido involto dalla carrozzina e lo sta spostando nella sua borsa nera di pelle lucida. Si è persino sentito il risucchio, come di ventosa, provocato dalla separazione di bozzolo e carrozzina.
La larva è così minuta da scivolare senza sforzo nella borsa. Il signor K. guarda fisso davanti a sé, con un sorriso ebete. Ora l’ombra gli sussurra Tienilo al caldo, basta che tu lo metta in un luogo caldo e asciutto, il tuo ripostiglio andrà benissimo. Non ha bisogno di nutrirsi, aggiunge l’essere ammantato di nero, col tono di un padre premuroso.
Il signor K. guarda fisso davanti a sé con un sorriso ebete.

La zingara si alza, spinge il passeggino con forza, perché ha le ruote mezze rotte, e scende dalla metro. Se qualcuno ha notato il bambino nel passeggino, ora si accorge che è in realtà un sacchetto della spesa.

Quando il signor K. ha aperto la borsa di pelle lucida nera, l’ha fatto con molta circospezione. Con espressione sofferente, disgustata, i denti digrignanti, ha cautamente infilato una mano tra i documenti, ignorando il rantolo proveniente dall’interno della borsa, il calore umido generato da quella creatura acquattata sul fondo. Purtroppo, nello sfilare alcune cartelle, ha urtato la larva verdegialla facendola rotolare fuori, sulla lucida scrivania sopra la quale lavora cinque giorni su sette. Istintivamente si è voltato chiudendo gli occhi, poi si è accorto di essersi comportato in modo strano davanti ai colleghi, allora li ha riaperti. Almeno ora nessuno potrà ignorare la cosa, l’orribile creatura verdognola che gli sta davanti.
Il signor K. fissa con sgomento la pera verde sulla sua scrivania.

Il signor K. non se l’è nemmeno sognato di mangiare quella pera, ma non ha neanche avuto il coraggio di buttarla. Così, turandosi il naso, l’ha ributtata nel mucchio di carte della sua borsa. Per questo ora se la deve tenere in casa e non sa dove metterla. Il signor K. decide allora di svuotare la borsa di tutti i fogli e le cartelle che gli servono, lasciando la pera sola nelle buie cavità di pelle nera. Ma quando si avvicina alla borsa, sente nuovamente il pulsare flaccido della larva, il respiro affannoso del bozzolo. Il signor K. lancia un grido, poi si fa forza e richiude la borsa. L’oggetto in pelle nera comincia a gonfiarsi e sgonfiarsi, gonfiarsi e sgonfiarsi..lo afferra per il manico e corre verso il ripostiglio, lo scaraventa all’interno e chiude velocemente la porta, appoggiandosi affannoso contro di essa. Osserva con la coda dell’occhio la chiave nella toppa e chiude con due mandate, poi estrae la chiave e se la mette in tasca. Rimane per qualche secondo a fissare la porta e ha il terrore che anche questa cominci a respirare come la larva. Ma non accade, e il signor K. se ne va a letto senza cena.

La prima volta che il signor K. fa quel sogno, la sensazione di angoscia è ancora contenuta.
È giovane, si trova con la sua ragazza e deve prendere un mezzo di trasporto (forse una nave?) per viaggiare..nel tempo. Salgono lungo un’invisibile rampa di scale che pare non finire mai, raggiungono un punto in cui si trovano sospesi in aria: di fronte a loro, sempre sospesi, come se si trovassero in piedi sul ponte di una nave invisibile, c’è un gruppo di persone provenienti da un’altra linea temporale/dimensionale.
Ora i due si trovano in un’altra universo. Un gruppo di persone viene a porgergli una serie di amuleti, alla ragazza delle collanine colorate che lei gradisce molto, le stanno anche bene, a lui un rosario con crocefisso, su cui il giovane signor K. fa qualche commento sarcastico. Tutti si comportano in maniera gentile e premurosa con la ragazza, lui viene ignorato. Spiegano che gli amuleti hanno uno scopo preciso, infatti questo gruppo di persone li ha condotti in una caverna sotterranea dove devono estrarre dalla parete non dei fossili, bensì degli spiriti. Lui è seccato ed esce all’aperto. Fuori si ritrova in una città completamente deserta, anzi in un deserto con un accenno di città. L’unico passante è un centauro (in moto) che lo guarda in cagnesco. Lui restituisce lo sguardo, e il centauro allora rallenta.
Il giovane K. emette un urlo lancinante, mentre il sogno svanisce.

Il signor K. si passa una mano sulla fronte sudata. Si sente lievemente angosciato, senza ragione.
Ripensa al giorno precedente: come ha fatto a vedere il posto libero vicino alla zingara, dall’altro lato del vagone stipato di gente?
Non trova una risposta razionale. L’angoscia aumenta.

La seconda notte il signor K. fa lo stesso sogno.
Al momento in cui dovrebbe uscire dalla grotta, però, cambia idea e rimane con gli archeologi.
Stavolta estraggono uno spirito dalla parete.
Lo spirito è minuto, indossa degli stracci e sandali di foggia orientale. In testa porta una specie di largo cappello di paglia di forma conica, è la parte superiore di un vecchio ombrello, logoro e consumato dal sole. L’esserino si toglie il copricapo, rivelando una buffa faccia rossa, sormontata da capelli a caschetto neri e lisci, molto sottili. Ha l’aspetto di un bambino di cinque o sei anni, e ora lo fissa con i suoi grandi occhi.
Alla scena se ne sovrappone un’altra.
Vede un neonato che si agita in un’esplosione di luce e fango, muove le piccole membra al rallentatore, mentre l’immagine va svanendo…

Il signor K. ha una sensazione singolare al risveglio, una sensazione a cui non saprebbe dare un nome.
Poi giunge un ricordo.
È la mattina del giorno dopo Natale, e il signor K. passeggia per il centro della città, dove tutti i negozi erano chiusi. A un tratto sente il pianto isterico di un bambino, e spera che la mamma lo faccia smettere  presto. Ma è proprio la mamma quella che il bambino invoca con le sue urla disperate. Rallenta il passo, e intanto osserva la gente passare di fianco al bambino osservandolo. Nessuna mamma arriva a calmarlo o, magari, a dargli due o tre schiaffi per la figura che sta facendo. Passa sì, una mamma con carrozzino, insieme alla famiglia, che sembra esitare per un attimo. Poi prosegue oltre. Un signore che potrebbe essere il nonno del bambino si ferma a chiedergli Sei da solo? Il bambino per tutta risposta continua a urlare. Il signore continua a fargli domande ma non si capisce se e cosa abbia risposto la piccola creatura piangente. Il signore rimane lì a cercare di capire. Il signor K., che all’epoca non era un signore, ora sente di aver fatto il suo dovere: assicurarsi che qualcun altro lo facesse al posto suo. Si allontana dalla scena, voltandosi di continuo per essere certo che quel signore rimanga col bambino. Nessun altro, dopo quell’uomo, si è fermato ad aiutarlo.

Questo ricordo, al signor K., dà una strana sensazione. Non è amarezza, né rimorso, nessuno ha dato notizia nei giorni seguenti della scomparsa di un bambino. Forse è delusione. Delusione per aver perso qualcosa: un treno, un oggetto caro, un’occasione importante. Una persona.

Ed ora, per visualizzare quest’altro sogno, immaginate una faccia con un paio di baffi. Sotto i baffi, non c’é bocca né mascella. I baffi in realtà sono delle zampette di crostaceo. Ecco, state guardando il dorso di un heikegani, uno spirito a forma di granchio, il cui guscio ha la forma di un viso umano, dai cui lati spuntano le altre zampe dell’animale.
Il signor K. in questo terzo sogno sta proprio guardando un heikegani. Ne è profondamente turbato, e allunga un piede per schiacciarlo. Sente un rumore di uova schiacciate, e sollevando il piede sono proprio quelle che trova per terra al posto del granchio. Poi le vede friggere velocissimamente, e dal bubbolio giallo delle uova spunta della materia marcescente color verde. All’interno sguazza qualcosa. Si avvicina ansioso di scoprire di che si tratti ma la visione si perde in dissolvenza…

Questo sogno fa pervenire in superficie un desiderio impronunciabile. Qualcosa di repellente. Non può fare a meno di pensarci tutto il giorno.

Nel quarto sogno gli archeologi di spiriti estraggono una donna con una bocca sulla nuca, che usa i capelli come tentacoli per trasportare gli alimenti al cavo orale.
I bocconi di cibo si perdono nel vuoto di quella bocca storpia.

Le notti seguenti sogna altri spiriti. Un altro noppera-bo, una yuki-onna (donna delle nevi), un bake-neko (gatto mammone), una futa-kuchi-onna (donna con due bocche), un inu-gami (cane Dio), una joro-gumo (prostituta-ragno), un kappa (folletto d’acqua), un kirin (drago-cervo), una kitsune (volpe), un konaki-jiji (un bambino-vecchio piangente),  una nue (chimera i cui componenti cambiano di continuo), una ningyo (sirena mostruosa), un oni (orco), un tengu (folletto-uccello), uno zashiki-warashi (bambino del salotto, dal volto paonazzo), un ame-furi-kozo (bambino con un ombrello come copricapo che porta una lanterna), e poi tutta una serie di Fantasmi creati dalla possessione spiritica di oggetti d’uso quotidiano, e ancora un numero indefinito di innesti di oggetti, animali e parti del corpo a formare un numero pressoché infinito di “Fantasmi-Maschera”.

Il signor K. non dorme da giorni, e crede di avere un aspetto terribile. Si specchia: la sua faccia è quella di sempre.
Non si direbbe che dietro quel viso si nasconde un turbamento incontrollabile. Il signor K. si precipita nel ripostiglio, deciso a farla finita. È ora di fare i conti con la creatura, la schiaccerà come ha fatto col granchio alcune notti fa. Un momento. Quello era solo un sogno, pensa.
È arrivato davanti al ripostiglio. Il suo cuore batte all’unisono con quello della creatura. Crede addirittura di vedere il pulsare della porta verso l’esterno.
Quando apre la porta, si sente mancare il terreno sotto i piedi, come un gatto se lo facessimo camminare sopra uno specchio. Il suo ripostiglio contiene uno spazio immenso, e di fronte a lui il bozzolo è ormai diventato una palla di zucchero filato nero. Dall’interno del bozzolo proviene la solita pulsazione, una luce rosata che si dirama a intermittenza in tanti piccoli rigagnoli fino a disperdersi sulla superficie esterna della sfera. Questa è collegata a un cordone spesso che si allunga verso l’alto a raggiungere dimensioni che la mente umana del signor K. non riesce a d interpretare: vede solo uno spazio privo di forma.
Qualcosa lacera il bozzolo da dentro: pur sembrando zucchero filato, ha una consistenza gommosa. Dallo squarcio nero emerge un’ombra. È come quelle della metro, ma priva di maschera. La materia del bozzolo si dissolve e nella trama formata dai filamenti il signor K. scorge i propri sogni, le immagini degli spiriti evocati nel sonno.
L’essere spalanca una bocca oscura e deformata che emette un liquido invisibile, una sostanza che al signor K. sembra gas, o acqua, o gel. La sostanza lo avvolge, rendendolo rigido come una statua. L’ombra appoggia le mani ai lati della faccia del signor K. staccandogliela come una maschera. L’Ombra indossa la Maschera del signor K.
Il resto del corpo di K. cade in terra, e si frantuma.

I soliti passeggeri vedono il signor K. salire sulla metro con un sacco in mano. Si fa strada tra la folla urtando i pendolari assonnati o irritati o indifferenti. Consegna il sacco alla zingara, che lo apre permettendo alla gente attorno di vederne il contenuto: cibo e vestiti. Alcuni sono irritati per questo sfoggio di generosità, deve per forza sbatterci in faccia la sua bontà? Altri sono contenti che qualcun altro si sia preso la responsabilità al posto loro e lodano il gesto con un sorriso. La zingara richiude il sacco soddisfatta, lo mette nel passeggino e scende dalla metro. Passa attraverso la fessura formatasi tra due anelli del verme metallico, insieme ad altre ombre. Si allontana dalla piattaforma e si ritira in un angolo con la sua carrozzina. Solleva il parasole e prende il sacco in mano. Lo apre.

La zingara guarda il contenuto del sacco, e vede i frammenti del signor K.

lunedì 15 aprile 2013

Anche Disney cede alla moda zombie

L'ultimo capitolo della love story tra zac Efron e Vanessa Hudgens

Foto della locandina del film. Quella coi capelli è Vanessa.
 Le reazioni delle star storiche della Disney, la vecchia guardia insomma, sono state disparate.



Paperino (nella foto si noti l'espressione perplessa), si è detto addirittura estraneo all'azienda.
"Sono anni", ha dichiarato, "che non percepisco più un salario fisso dalla Disney. Lavoro come free-lance per la nota rivista italiana Topolino, ma mi pagano una miseria. Mi dicono, poi, che sono troppo choosy".



"Gooosh!", si è indignato Pippo, "l'idea di un film sugli zombi fu ribata a mio zio, il regista George Pippero che girò i primi capolavori del genere. Poi l'idea gli fu rubata da...beh, praticamente tutti! Yuk!". A questo punto il celebre cane coi dentoni ha inspiegabilmente cambiato umore, e felice e contento se n'è tornato a casa.




Dal canto suo Topolino, beccato dai giornalisti in una mise anacronistica, dopo un accesso di tosse durato cinque minuti, si è espresso in una serie di commenti poco lusinghieri sul vecchio Walt, criticando le sue scelte attoriali passate: una su tutti, il coniglio Oswald, "fratello" di Topolino.
Poi è tornato alla sua pipa curativa, prescrittagli dal dottor De Paperis.

Il buco (nero) nel bilancio

Buongiorno a tutti!
Per iniziare, un racconto dedicato a tutti i pendolari. Vi sono vicino nella sofferenza, per quel poco che ho potuto sperimentare nei viaggi sui regionali, soprattutto per quanto riguarda il Tirano-Milano Centrale che passa da Lecco alle otto circa..beh, c'è chi è "turista della democrazia" e chi fa viaggi nei paesi del Terzo Mondo tornando sconvolto. Mi è capitata la stessa cosa con i mezzi di Trenord (una nuova dicitura da pronunciare con la tipica parlantina del senatùr: Trenööörd)

Da quell'esperienza è scaturito il seguente racconto



Il buco (nero) nel bilancio

Nello scompartimento il vuoto e il freddo potevano competere con lo spazio in-terstellare. Il bocchettone esalava inutile aria gelida, costringendo l’unico passeggero a sedersi nella fila di poltrone centrale, per evitare un’altra cervicalgia da pendolare. Questa tipica patologia di chi viaggia in treno può essere causata, oltre che dall’im-pianto di riscaldamento che si adatta in antitesi alle stagioni correnti, anche dai colpi di frusta per le improvvise frenate, talvolta così repentine da scaraventare il pas-seggero sul sedile di fronte. In quel momento il treno si stava trascinando stanca-mente, a sussulti, come un pesce che arenatosi sul bagnasciuga tenti di rientrare nel grembo del mare, invano. L’andamento a singhiozzo peggiorava lo stato di Alighiero, il passeggero in questione, in preda a nausea e capogiro. Finalmente, con l’urlo stridente di mille uccelli ferragliosi, il treno si lasciò stancamente andare sui binari della prima stazione in cui fermava. Alighiero tirò un sospiro di sollievo.

Poi il treno ripartì a scatti, sbatacchiandolo sulla poltrona come una pallina le-gata con un filo elastico alla racchetta, finché non riprese un’andatura sostenibile da parte di un normale essere vivente, cosa o entità astratta. Alighiero tirò un altro sospiro di sollievo, e in quel momento entrò il controllore. Era un uomo alto, magro come Pippo e di un pallore oltremondano che risaltava contro lo squallido fondo sporco e ingombro di brutti graffiti. Il naso e gli occhi erano di forma rettiloide: all’insù e tutto narici il primo, grandi, acquosi e apparentemente privi di palpebre i secondi; sul volto aveva tatuato un fulmine arancione che partiva dalla fronte e arrivava al mento. Arancioni anche i capelli, erti in un ciuffo fiammante come un’ara-ba fenice. Un occhio era nero e l’altro bianco. Non aveva sopracciglia né ciglia.
«Prego, favorisca il documento di viaggio!», urlò, facendo sobbalzare Alighiero peggio della guida del macchinista. Sorrideva come un cartone animato e aveva la vo-ce di una trombetta da stadio. Alighiero estrasse il portafogli, ma l’abbonamento non era al suo posto. Fece un cenno di attesa al controllore, con un sorriso, e cominciò a frugare con la mano sinistra nella tasca della giacca che si trovava sotto di lui. Dopo qualche secondo dovette alzarsi per tirarla fuori e controllarla meglio, aprendo tutte le tasche e ispezionandole con meticolosità. Niente. Cominciava a sudare, in quella carrozza con il riscaldamento guasto. Prese anche la borsa, la aprì e cominciò a estrar-ne tutto il contenuto, mentre il controllore lo osservava sorridente, fiducioso che avrebbe trovato presto il suo abbonamento, ma niente. Sul volto di Alighiero compar-ve un ghigno imbarazzato che non ebbe il coraggio di rivolgere al funzionario, ma solo al pavimento sporco. «Ecco…», biascicò, poi si accorse che l’abbonamento era lì per terra, tra i piedi del controllore. Alighiero allungò una mano e l’altro lo guardò sor-preso, seguendone lo sguardo, poi si accorse ed emise un «Ah!» così sonoro che Alighiero saltò per aria facendosi cadere di mano la tessera, la riafferrò dopo diversi tentativi facendola rimbalzare sulle mani. «Ma tu pensa!», urlò la trombetta da sta-dio, e se ne andò senza neanche guardare l’abbonamento.

Alighiero si calmò, asciugandosi il sudore. Cominciava a sentire di nuovo fred-do. Tentò di osservare il panorama dal finestrino, ma il vetro era sudicio e fuori il sole era calato da un pezzo. Riusciva a distinguere solo alcuni punti luminosi, che immagi-nava fossero lampioni o finestre illuminate. I puntini si trasformarono in scie, comete viaggiavano parallele al treno, che ora procedeva spedito. Fin troppo, si disse Alighie-ro. Il macchinista doveva aver pensato la stessa cosa, perché iniziò a frenare, anche se alla stazione successiva mancavano parecchi chilometri. Lo stridio fu meno acuto di prima, ma più sofferto e prolungato. Inoltre Alighiero sentiva che più tentava di frenare, meno riusciva a diminuire la velocità sensibilmente. Il treno sembrava pat-tinare sul ghiaccio, senza possibilità di fermarsi. Dopo un interminabile minuto, il tre-no sembrava aver rallentato, ma Alighiero cominciò ad aver paura. Strinse le mani attorno ai braccioli consunti e tutto il corpo si tese. Si accorse che stava puntando i piedi contro il sedile di fronte, con le gambe allungate quasi volesse frenare il treno come l’Uomo Ragno in Spiderman 2. Ma il treno proseguiva imperterrito, come la pietra rotolante che genera la frana.

Uno squillo di tromba lo fece tornare composto. «Sa una cosa?», strombazzò il controllore, «è l’unico passeggero del treno. HAAHAHAHAHAHAHAHA!». La sua risata sommava il Joker al Mozart del film Amadeus, ma era molto, molto più starnazzante. Proseguì oltre lasciando Alighiero, che si sentiva ormai alla deriva. La metafora del pesce o della balena arenate sulla spiaggia non gli sembravano più così particolari. Al momento sembrava di essere trascinati da un gorgo, da un immenso sciacquone cos-mico che li stava trascinando tutti…
Il controllore tornò con una faccia che fece allarmare Alighiero. «C’è un proble-ma con i freni», disse. Ora non starnazzava più. «Me n’ero accorto», disse Alighiero, sarcastico, ma non troppo perché il cuore gli premeva sullo stomaco, il petto e la gola troncandogli il respiro. «Sa, purtroppo, con tutti i tagli che hanno fatto…pure noi non li vorremmo usare, ‘sti treni…ma che possiamo fare?». «Già…con il buco nel bilancio che si ritrova l’azienda..», fece Alighiero, che ora sentiva il controllore più umano, no-nostante all’inizio l’avesse scambiato per uno zombie alieno. Guardò le stelle. Ah no, erano le luci delle case e della strada che erano diventati filamenti fotonici, che solo gli astronauti nell’iperspazio della fantascienza avevano potuto vedere.

«Proprio così», diceva ora il controllore con una voce sempre più grave e calda. I suoni e l’aria sembravano cambiati di consistenza, nella carrozza. Anche il clima non era più così rigido. «Il buco nel bilancio si è espanso al punto da diventare un gorgo galattico, che trascina tutti. Dio ha tirato la catenella del cesso». Alighiero pensò che ormai erano pochi i water con la catenella, ma la situazione gli sembrava così seria che non riuscì a rispondere con ironia a quell’uomo disperato. I filamenti fuori dalla finestra erano spariti, rimaneva solo il nero. Alighiero non riusciva a capire se il treno fosse fermo o in movimento. Una voce robotica emise il solito annuncio privo di in-flessioni e sfumature. «Annuncio soppressione treno. Informiamo i signori viaggia-tori che il treno regionale 4320, proveniente da Nonsisa e diretto a Chissadove, delle ore cosmiche 1:44, oggi non verrà effettuato, causa risucchio in un buco nero massi-vo».

«Eh, spiritoso il..», stava dicendo Alighiero, ma ormai il controllore non lo sen-tiva più. La voce proveniente dall’altoparlante era sospesa in un istante che si prolun-gava per l’eternità, oltre l’orizzonte degli eventi.
«Ci scusiamo per il disagio».